italienish kaffee

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Già da un pò di tempo nelle strade, soprattutto cittadine, si possono osservare moto scoppiettanti con un aspetto decisamente retrò, vagamente rifinite come delle vecchie corsaiole – con esiti estetici a volte incerti e in alcuni casi discutibili – che spesso avanzano piuttosto affannosamente, nonostante il rumore furibondo che fuoriesce dagli scarichi. La moda imperante delle cafè racer ha fatto moltiplicare le officine, più o meno artigianali, dove vecchie moto vengono smontate, elaborate, preparate e customizzate all’insegna di canoni estetici e meccanici ormai consolidati secondo precisi standard.

C’è uno di questi preparatori ad Amburgo (D) – Kaffemaschine –   che spicca tra i tanti per la bellezza e l’accuratezza delle sue creazioni, sinora quasi tutte realizzate prendendo a base delle Moto Guzzi degli anni ’80. Queste ultime, peraltro, sembrano fatte apposta per la bisogna, grazie al telaio tubolare bene in vista e al monumentale motore bicilindrico, che è parte preponderante dell’estetica della moto (sotto questo punto di vista i motori in linea giapponesi sono effettivamente del tutto amorfi).

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Ed ecco dunque che le moto di Kaffemaschine hanno davvero tutti i requisiti giusti per soddisfare gli appetiti modaioli di chi voglia andare in moto si, ma con glamour. Dal grosso faro anteriore, ai semimanubri più o meno bassi, alla linea pulita e perfettamente orizzontale del doppio trave superiore del telaio, che traccia così la portante principale del design della moto; c’è poi la parte centrale, dominata dal bel motore bicilindrico a V di 90° frontemarcia, la cui simmetrica architettura è di per sé un capolavoro estetico, sormontato da un serbatoione in pieno stile seventies; i volumi si fermano qui, perché poi sella, codino e parafango posteriore sono minimal, rispettando così i sopradetti canoni estetici cafè racer.

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In particolare, sparisce tutto sotto alla sella, dove tradizionalmente le Guzzi montano batteria, air box (sostituito rigorosamente da cornetti di aspirazione) regolatore di tensione e altre parti meccaniche, chissà dove nascoste (o forse semplicemente tolte…), e fa un bell’effetto vedere lo spazio vuoto attraverso il triangolo disegnato dai tubi del telaio Tonti, che sulle Guzzi di serie è normalmente celato da fianchetti ed utilizzato, appunto, per stipare componentistica di vario genere.

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Inoltre, a rendere ancora più snelle e leggere le moto di Kaffemaschine, la parte posteriore del telaio, in origine destinata ad sorreggere lunghe selle biposto, viene qui accorciata (la regola cafè racer vuole che non si vada oltre il mozzo ruota posteriore) per accogliere selle rigorosamente monoposto (…come disse un amico, “le rompicoglioni a piedi!”) a volte integrate da codini ben armonizzati con il serbatoio. Per quanto riguarda gli scarichi, non c’è bisogno di ricorrere a chissà quali soluzioni, poiché i Lafranconi originali sono già abbastanza tuonanti, con un caratteristico timbro perfettamente adeguato allo stile ricercato; stesso discorso per i cerchi, tra i quali spiccano i bellissimi Borrani a raggi. Avendo visto le moto solo in foto, nulla posso dire sui vari gadget e componenti aggiunte e sostituite sulle moto, che comunque hanno una linea molto pulita ed equilibrata, con pochi cavi in vista, forme armoniose e, a dispetto della fama germanica, semplici ma belle livree cromatiche. Infine è da notare che i motori montati su queste moto, di cubatura intorno ai 1000 cc, consentivano alle versioni originarie già discrete prestazioni, ai tempi loro.

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Insomma belle moto, di gran moda e che magari vanno anche bene!

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