il motore perfetto

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DUE è il numero perfetto in campo motociclistico: due ruote, due manubri, due ammortizzatori, due steli di forcella, due selle, spesso due scarichi e anche due borse, ma soprattutto due cilindri. E’ questo il più popolare e longevo schema costruttivo per motori da moto, relegato ormai il monocilindrico al settore specialistico del cross, e nonostante lo spadroneggiare dei plurifrazionati giapponesi sul mercato. Non è un caso che le case  motociclistiche più blasonate continuino ad attualizzare e persino a sviluppare ulteriormente motori bicilindrici che, in molti casi, altro non sono che il frutto di una progressiva e incessante evoluzione, che affonda le radici in modelli la cui idea originaria risale ad epoche comprese tra i cinquanta e i cento anni fa.

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E’ questo il caso di Harley-Davidson, ma anche di Indian, delle grandi europee BMW, Triumph e, naturalmente, Moto Guzzi, fino ad arrivare a Ducati. Le firme più classiche e rinomate del mondo a due ruote, infatti, non hanno mai smesso di associare il proprio brand ad una particolare architettura di motore bicilindrico, un originario normotipo che viene considerato ormai parte della tradizione e caratteristica identitaria dei rispettivi marchi: così è per il “V” di Harley, il boxer di BMW, il 90° frontemarcia di Guzzi e la “L” di Ducati.

Sarà il fascino evocativo della tradizione motociclistica, peraltro spesso richiamata dalla moda cafè racer, sarà il borbottio rauco e a volte irregolare che appaga l’orecchio (i motori silenziosi non hanno lo stesso appeal…) sarà il pulsare ritmico delle vibrazioni provenienti dal motore, che tanto somigliano a un battito cardiaco, ma quello che è certo è che il popolo delle due ruote continua ad invocare lunga vita al bicilindrico.

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